È valido sopravvivere
Come fa il pino canario
Mi chiamo Rita Bellati e aiuto manager e team leader a navigare la complessità del lavoro senza perdere sé stessi.
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Sopravvivere, dal latino supervīvēre: “vivere oltre”, “restare vivi più a lungo di ciò che ci mette alla prova”.
Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un reel. Un animale si rotolava nella neve e il testo diceva più o meno così: “la vita non è solo sopravvivenza, bisogna anche gioire e celebrare”.
L’obiettivo del video era certamente quello di mostrare quanto la vita animale vada oltre alla mera sopravvivenza, ma nel mio caso non ho potuto fare a meno di ripensare ad una sessione con un cliente di qualche giorno prima in cui abbiamo parlato proprio di questo tema: sopravvivere.
Questa persona che sto accompagnando ha un ruolo senior, una promozione recente e la consapevolezza molto lucida che l’azienda in cui si trova non è più compatibile con i suoi valori. Ha infatti deciso di andarsene tra qualche mese e ora deve attraversare il tempo che rimane.
“Adesso l’obiettivo è sopravvivere”, mi ha detto entrando nel merito della situazione.
Quando gli ho chiesto cosa significasse per lui sopravvivere mi ha detto che nel suo caso, sopravvivere significava arrivare in ufficio tappandosi il naso, partecipare alle riunioni senza intervenire, cercare di non reagire ai soliti commenti e alle solite dinamiche. Una sorta di immobilità controllata.
Mentre descriveva questo approccio aumentava il suo senso di pesantezza e me ne sono accorta perché ad un certo punto ha usato la parola “tortura”. Non sopravvivenza quindi, ma tortura.
Più lo ascoltavo, più mi sembrava evidente che quello che mi stava descrivendo non era un tentativo di tenersi a galla, ma un lento spegnimento.
Per capire meglio se si fosse incastrato, gli ho chiesto di provare ad usare una metafora per descrivere il tipo di sopravvivenza che stava vivendo. Per farlo ha usato un’immagine molto precisa: lui si sente come in una cutscene, cioè quella fase dei videogiochi in cui resti dentro la scena ma i comandi sono disattivati, e devi aspettare che finisca la scena per tornare ad agire. Quindi il suo modo di sopravvivere, fino a quel momento, era proprio questo: attraversare i mesi rimanenti come spettatore, aspettare che tutto finisse per tornare a “giocare”.
Ci siamo quindi resi conto che quella postura — stare fuori dalla scena, limitarsi a osservare — lo metteva automaticamente in una posizione in cui non aveva alcuna agency, nessun tipo di controllo.
Sopravvivere per davvero
Così ci siamo fatti una domanda più concreta: che cosa fa una persona quando vuole davvero sopravvivere?
Abbiamo guardato a situazioni in cui la posta in gioco è la vita, non il lavoro, e il comportamento è sempre lo stesso.
Chi deve sopravvivere:
conserva energia, muovendosi solo quando serve;
evita i pericoli immediati, senza sfidare l’ambiente;
cerca un riparo, anche provvisorio;
si orienta, osserva cosa ha intorno e cosa può usare;
raziona le risorse, dosando forza, tempo e attenzione;
si dà obiettivi corti, perché l’orizzonte lungo non è gestibile;
mantiene un minimo di lucidità, quel tanto che basta per capire cosa sta succedendo.
Quando portiamo questa stessa logica nel lavoro, la traduzione è abbastanza naturale.
Sopravvivere in fasi o contesti di lavoro ostili significa proteggere le proprie energie, evitare i conflitti che non portano da nessuna parte, ritagliarsi spazi sicuri e di recupero appena possibile, osservare le dinamiche invece di farsi travolgere, distribuire con cura il tempo e l’attenzione, e attraversare le giornate con obiettivi più piccoli e più realistici.
A quel punto abbiamo guardato insieme a come lui stava affrontando i mesi che lo separavano dall’uscita e dopo questo passaggio l’evidenza era che quella che lui chiamava “sopravvivenza” era in realtà un’altra postura: togliersi dalla scena, anestetizzarsi, aspettare che tutto passasse.
Non era un tentativo di restare vivo con ciò che aveva, ma di smettere temporaneamente di esserci. La differenza tra queste due posture non è morale, è pratica: una modalità ti permette di arrivare alla fase successiva con abbastanza forza per iniziare il nuovo capitolo; l’altra, invece, rischia di farti arrivare “morto”, svuotato proprio nel momento in cui avresti bisogno di essere più presente e più integro.
Da quel punto in poi, il mio cliente ha iniziato a ridefinire la sopravvivenza non più come “resistere in silenzio”, ma fare scelte deliberate. Un esercizio di pazienza attiva. Una forma di resistenza.
Ha deciso infatti di osservare ciò che gli succedeva intorno come se stesse documentando qualcosa: quali comportamenti non voleva portare con sé nel futuro, quali dinamiche gli erano utili da riconoscere, quali segnali gli indicavano dove mettere i confini. Una sorta di studio sul campo, non per giudicare, ma per capire.
E quello che prima chiamava “tortura” è diventata vera sopravvivenza, cioè un metodo temporaneo, con un fine chiaro: arrivare alla fine della fase senza perdere sé stesso.
La dignità del Pino Canario
Questa idea della sopravvivenza come movimento minimo ma intenzionale l’ho ritrovata molto spesso qui, nelle montagne di Tenerife. Quando si sale verso l’interno si entra nella corona forestale, l’anello che circonda la parte alta dell’isola. È una zona soggetta a incendi frequenti: clima secco, venti forti e vegetazione resinosa.
Per questo, da queste parti, cresce un tipo di pino che si è evoluto quasi esclusivamente qui: il Pino Canario.
Il Pino Canario è stato costretto dall’ambiente a sviluppare una strategia molto pratica: sopravvivere al fuoco perché il fuoco fa parte del suo habitat. La sua corteccia è spessa e isolante; brucia in superficie, ma protegge i tessuti vitali. I rami più esposti, pieni di aghi, prendono fuoco per primi, ma sono anche quelli che l’albero può perdere senza morire.
Il tronco invece resta vivo e, una volta passato l’incendio, l’albero riparte emettendo nuovi germogli direttamente dalla corteccia annerita.
Il Pino Canario quindi non evita il fuoco, perché non può: si mette però nelle condizioni di superarlo. Si protegge dove serve, lascia andare ciò che non è essenziale e appena il fuoco è passato ricomincia a germogliare.
È questo che intendevo quando dicevo che il video dell’animale nella neve mi aveva dato da pensare: sopravvivenza e celebrazione non convivono. Per celebrare bisogna aver già attraversato il pericolo, il fuoco, esserne usciti, aver recuperato fiato e lucidità. Durante la sopravvivenza, invece, c’è un altro tipo di lavoro: restare vivi, proteggere ciò che conta, evitare ciò che ti può fare male, conservare abbastanza energie per il dopo.
E nel lavoro non è diverso: pretendere di “gioire” mentre stai tentando di non farti travolgere non è una posizione realista, è un modo per peggiorare la fatica e aumentare la distanza tra ciò che senti e ciò che “dovresti” mostrare.
Certo, la sopravvivenza non può essere una condizione permanente. Richiede riparo, pause e recupero. Ma se è vissuta bene — se è deliberata, intenzionale, lucida — allora non è un fallimento: è un movimento verso una condizione diversa. È una fase con una sua dignità. A volte addirittura diventa uno spazio creativo, perché ti costringe a vedere meglio ciò che ti circonda e ciò che vuoi portare con te nella fase successiva.
La parte difficile
Per amore di realismo dobbiamo aggiungere un pezzetto al nostro ragionamento: La parte difficile è che questi movimenti minimi di sopravvivenza non si presentano mai in forma lineare quando ci sei dentro. A volte li fai troppo, a volte troppo poco, a volte li confondi con la resa o con l’inerzia. Non c’è un manuale: c’è il tentativo quotidiano di capire se quello che stai facendo ti sta proteggendo o ti sta prosciugando. E questa distinzione, quando si attraversa una fase così, non è mai immediata.
Una traccia, però, di solito c’è. La riconosci da come stai. Se alla fine della giornata ti rimane ancora ossigeno — un po’ di presenza, un pensiero lucido, anche breve — vuol dire che quel movimento, per quanto imperfetto, ti ha protetto. Se invece arrivi vuoto, senza margine né energia, allora non stai sopravvivendo: stai cadendo a pezzi. È un metro di misura semplice, quasi rudimentale, ma nei periodi così funziona meglio di qualunque analisi più raffinata.
In un periodo storico, in cui la cultura della performance ci ripete che dobbiamo essere “la migliore versione di noi”, io rivendico la sopravvivenza come fase legittima del percorso. Non qualcosa da nascondere o da evitare, ma una condizione in cui si fa il possibile per restare interi.
E ammetterlo — dire semplicemente “oggi sto sopravvivendo” — apre lo spazio per chiedere supporto e attraversare il momento senza consumarsi del tutto e senza giudicarsi.
Perché a volte la versione migliore di noi non è rendere sempre al massimo, ma sopravvivere, perché magari, in quel momento è l’unica vera strada per ritornare a vivere.
Il prossimo anno si sta già riempiendo di incontri e bellissime collaborazioni di lavoro. Se ti piace il mio approccio e hai qualche idea o progetto è il momento giusto per parlarne.
Le storie che racconto in questa newsletter sono tratte da esperienze reali di coaching. Le citazioni riportano fedelmente le parole emerse durante le sessioni, mentre i nomi e alcuni dettagli sono modificati per tutelare la riservatezza delle persone coinvolte.





Grazie Rita per il tuo punto di vista e per le tue immagini. Molta solidarietà nei confronti del pino canario, che sente arrivare l'incendio e non può scappare, e che ha imparato a sopravvivere. Riflessione preziosissima soprattutto ora che si avvicina la fine dell'anno (il rogo per eccellenza)!
Ciao Rita, ti ringrazio molto per questa analisi mi ha aperto una prospettiva fondamentale su cui riflettevo da tempo. Modalità Sopravvivenza intesa come una fase “attiva” dunque momentanea, è una splendida consapevolezza da interiorizzare, un punto di vista migliore per definire infine, semplicemente una fase del percorso chiamato VITA. Ho fatto
Con te il percorso sui talenti e ancora ora integro
Nella mia quotidianità sia personale che professionale gli insight appresi, grazie per il tuo lavoro e per le tue bellissime lettere !