Sicuri di sé
"Fake it untill you make it", ma non come pensi
Mi chiamo Rita Bellati e aiuto manager e team leader a navigare la complessità del lavoro senza perdere sé stessi.
Qui trovi strategie pratiche, riflessioni senza fronzoli e strumenti concreti per affrontare il lavoro quotidiano con consapevolezza e incisività.
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Qualche settimana fa, durante una sessione di coaching, una CEO che sto seguendo stava per presentare al consiglio di amministrazione il piano di transizione della sua azienda. Un passaggio delicato: lei sta traghettando l’impresa in una nuova fase, tra il peso dell’eredità e la necessità di rinnovamento. Il documento secondo lei non era perfetto, mancavano ancora alcune scelte chiave e avrebbe voluto rimandare, ma la situazione richiedeva che non ci fossero ulteriori ritardi. Il giorno prima della presentazione una persona del suo team le aveva detto: «Domani devi farti vedere sicura. Le persone hanno bisogno di una guida chiara.». Lei va alla riunione e questo è quello che mi ha raccontato:
In effetti aveva ragione, ma io non ero pronta. Quel piano non era come lo immaginavo: mancavano tante cose — la parte sulla sostenibilità, le azioni concrete — e non mi ci riconoscevo del tutto. Non mi sembrava mio. Eppure mi sono trovata nella situazione in cui tutti attorno a me la vedevano chiarissima, e io no. Allora mi sono detta che forse dovevo fidarmi. E forse sì, ho fatto “fake it ‘till you make it”, perché mi sono impegnata per trasmettere sicurezza anche se dentro avevo molti dubbi. Le persone avevano bisogno di vedere che c’era una strada, anche se non perfetta. Su alcuni indirizzi ho ancora perplessità, ma mi dico: se non funziona, aggiusteremo.
“Fake it” non è fingere, è scegliere
Ascoltandola ho avuto un’illuminazione - mi capita spesso durante le sessioni con i miei clienti - e mi è tornato in mente quanto spesso quella frase — fake it untill you make it — venga fraintesa.
Non si tratta infatti di fingere competenze o di recitare un ruolo che non ci appartiene.
Nel racconto della mia cliente non c’è finzione, ma una scelta: quella di mettere in primo piano la parte di sé che serve al contesto, anche quando dentro la sicurezza vacilla.
È un confine sottile, ma cruciale per chi guida: la differenza tra fare finta e decidere di incarnare una postura utile al momento.
La sicurezza è un comportamento
Quando analizzo i profili CliftonStrengths — lo strumento che utilizzo per identificare le risorse naturali delle persone — capita spesso che chi vede Self-Assurance in basso nella classifica dica con una certa rassegnazione: «Ecco, la sicurezza non fa parte di me.»
In realtà quel talento non misura “quanto sei sicuro”, ma quanto ti fidi istintivamente del tuo giudizio.
Chi lo ha alto tende a decidere con naturalezza anche in mezzo all’incertezza; chi lo ha basso, come la mia cliente, costruisce la sicurezza attraverso altri canali — la coerenza con i propri valori, la chiarezza delle analisi, il confronto con le persone giuste.
In entrambi i casi la sicurezza si può coltivare, solo che cambia la strada per arrivarci.
Ed è proprio qui che nasce il fraintendimento: la sicurezza non è un’emozione stabile né una qualità di carattere, è un comportamento che si costruisce nel tempo.
Non si “è” sicuri, ci si comporta in modo sicuro. E questo significa spostare il focus da ciò che provi a ciò che fai.
La sicurezza, infatti, si riconosce nei gesti concreti — nel modo in cui organizzi i pensieri prima di parlare, nella calma con cui fai una pausa invece di riempire i silenzi, nella chiarezza con cui definisci un prossimo passo anche se i dati non sono completi. È la scelta di stare nel dubbio senza farsene travolgere.
Ma la strada per arrivarci non è uguale per tutti.
C’è chi si sente stabile quando “sente di pancia” che una decisione è giusta, chi trova sicurezza solo dopo aver analizzato ogni variabile, chi ha bisogno di riallinearsi ai propri valori prima di scegliere e chi, invece, la ritrova nelle relazioni — in una conversazione franca, in un confronto che ridà prospettiva.
Non c’è un modo più giusto degli altri: c’è il modo che ti è più naturale, quello che puoi imparare a riconoscere e ad attivare quando serve.
Nel caso della mia cliente, la sua sicurezza non nasce dall’istinto ma dalla coerenza con ciò che conta per lei e dal rigore con cui prepara le decisioni. Stiamo lavorando proprio su questo: capire come radicarla nei suoi valori — che per lei sono un riferimento fortissimo — e al tempo stesso ridurre quel livello di analisi che spesso si trasforma in rimuginio.
Non è ancora arrivata a una coerenza piena tra ciò che pensa e ciò che mostra, ma sta imparando a usare la riflessione non come protezione, bensì come leva per agire.
Ogni volta che riesce a fare questo passaggio (come nel caso della riunione), la sua sicurezza non appare forzata: diventa visibile, concreta, e soprattutto credibile. E questo — non l’assenza di paura — è ciò che dà stabilità a chi la ascolta.
Perché la sicurezza, in fondo è metodo, coerenza e presenza: mi preparo, mi allineo a ciò che per me ha senso, e scelgo di esserci anche quando non ho tutte le risposte.
Allenare la sicurezza: pratica, non talento
Una cosa che noto spesso negli affiancamenti è questa convinzione silenziosa: che certe capacità “vengano naturali”.
Come se chi è portato per la leadership avesse già dentro di sé la calma, la lucidità o la sicurezza necessarie per gestire ogni situazione.
In realtà, il lavoro del leader richiede preparazione intenzionale — non nel senso di studiare o sapere tutto, ma nel senso di allenarsi: osservare i propri schemi, scegliere consapevolmente come reagire, provare, sbagliare, aggiustare.
La sicurezza non arriva per dono, arriva per pratica. Quindi non serve inventarsi un altro modo di essere: serve allenare piccoli comportamenti che aiutano a tenere la rotta anche quando il contesto cambia rapidamente.
Ecco alcuni strumenti che puoi sperimentare, adattandoli al tuo contesto:
La frase di ancoraggio
Prima di entrare in una riunione o affrontare una conversazione complessa, definisci una frase che descriva come vuoi stare in quella situazione.
Deve essere breve, concreta e realistica: “Oggi guido con calma e chiarezza.”, “Tengo il punto, anche se il confronto sarà acceso.”
Scriverla — o semplicemente dirla a voce — aiuta a spostare il focus dal come mi sento al come scelgo di comportarmi.
Gli appigli concreti
La sicurezza cresce quando hai riferimenti chiari. Scegline due o tre prima di parlare: un dato, un messaggio chiave, una decisione che non cambierai. Ti serviranno come ancore quando senti di vacillare. In coaching uso spesso la metafora dell’appoggio: non ti serve avere la mappa completa, ti basta un punto solido su cui fare leva.
Limitare la riflessione
Chi tende a ragionare molto spesso confonde la preparazione con il controllo. Stabilisci quando smettere di analizzare e passare all’azione.
Puoi farlo con tre domande:
Ho raccolto abbastanza informazioni per un primo passo sensato?
Qual è la decisione più reversibile che posso testare ora?
Cosa verificherò per capire se funziona?
Se ho almeno due risposte a queste domande, è il momento di muoversi.
Mostra chiarezza, non certezza
Le persone non si aspettano che tu sappia tutto, ma che tu metta ordine.
Puoi dire: “Ecco cosa sappiamo, cosa non sappiamo e cosa faremo intanto.” Questo tipo di comunicazione genera più fiducia di una sicurezza ostentata.
La revisione post-situazione
Dopo un momento in cui hai scelto di “mostrarti sicuro o sicura”, prenditi qualche minuto per chiederti:
Cosa ha funzionato nel mio modo di stare?
Dove ho perso stabilità?
Cosa voglio ripetere la prossima volta?
La sicurezza cresce per accumulo di evidenze, non per ispirazione.
la sicurezza: equilibrio in movimento
La sicurezza non è una condizione stabile né un tratto di personalità: è un equilibrio che si costruisce e si ricostruisce ogni volta.
Non è qualcosa che “si ha” o “non si ha”, ma qualcosa che si coltiva nel modo in cui si prepara una riunione, si imposta una decisione, si gestisce un momento di incertezza.
Ci sono giorni in cui viene più facile — la voce è ferma, le idee sono chiare, i passaggi scorrono - e altri in cui tutto sembra più fragile, anche se stai facendo le stesse cose di sempre. È normale perché la sicurezza è un movimento, non uno stato.
Quello che fa la differenza è accorgersi di quali elementi ti aiutano a ritrovare stabilità — una pausa, una domanda, un confronto, una decisione piccola ma netta — e continuare ad allenarli, come parte del tuo modo di lavorare.
Nel lavoro quotidiano non serve sentirsi sempre sicuri: serve sapere come rientrare in quello spazio di stabilità quando lo perdi.
Vuoi lavorare per costruire la tua sicurezza senza snaturarti?
Le storie che racconto in questa newsletter sono tratte da esperienze reali di coaching. Le citazioni riportano fedelmente le parole emerse durante le sessioni, mentre i nomi e alcuni dettagli sono modificati per tutelare la riservatezza delle persone coinvolte.




Ciao rita,
lo sai che mi hai ispirato?!? Ecco la mie riflessione nata dal punto in cui consigli la frase di ancoraggio.
Oltre alla frase di ancoraggio, dove è il corpo che parla attraverso la bocca, possiamo usare il resto del corpo che parla attraverso la posizione e il movimento in modo da attivare la mente mediante l’attivazione del corpo.
La differenza tra fare finta e decidere di incarnare è sottile e quindi decisiva e si gioca tutta nel corpo, nella sincerità dell’intenzione e nella direzione dell’energia.
“Fake it until you make it” nasce come strategia cognitiva: comportati come se fossi già nella condizione desiderata. È utile per superare la paura, rompere l’inerzia, sbloccare l’azione, ma porta con sé il rischio della dissonanza interna.
Se la mente sa che stai fingendo, il corpo lo sente.
E la tensione tra ciò che mostri e ciò che provi consuma energia. E viene percepita, da te stesso/a e dagli altri.
“Use your body until your mind follows it”, invece, è un approccio neurofisiologico e coerente con la Meccanica della Mente poiché non inganni te stesso/a ma moduli te stesso/a. Non fingi di essere coraggioso: assumi la postura del coraggio. Non fai finta di essere calmo: porti il corpo nella calma e la mente, per legge di feedback, ti raggiunge.
In pratica:
• Il “fake” parte dalla mente e cerca di convincere il corpo.
• Lo “use” parte dal corpo e guida la mente verso uno stato coerente.
Dal punto di vista neuroscientifico, il secondo approccio è più sostenibile perché sfrutta la via bottom-up: segnali propriocettivi, tono muscolare, ritmo respiratorio e postura inviano al cervello informazioni che modellano lo stato emotivo e cognitivo.
Il corpo non mente, e la mente lo sa.
Quando il corpo cambia, anche la chimica cambia: si modifica la secrezione di cortisolo, si attiva il sistema parasimpatico, si rimodula la percezione del rischio.
👉🏼 Non stai fingendo una versione migliore di te: stai educando il corpo a renderla possibile.
Potremmo riassumerlo così:
“Il fake è una maschera. L’incarnazione è un atto di presenza.”
“Fare finta confonde il sistema; usare il corpo lo riallinea.”
“La mente impara ciò che il corpo dimostra.”
…
Ho chiesto poi l’aiuto all’AI per una frase sonora, memorabile e coerente con la mia idea ed ecco alcune proposte dell’AI che ti condivido:
🔹 1. “Move it until you become it.”
👉🏼 Sintetica, ritmica, vicina all’originale.
Significa: muoviti come se lo fossi, finché lo diventi davvero.
È fisica e mentale insieme.
🔹 2. “Use your body until your mind believes it.”
👉🏼 È la tua versione originaria, più lunga ma potentissima.
È quasi una mini-lezione di neuroscienze in 8 parole.
🔹 3. “Shape it until you are it.”
👉🏼 Elegante, richiama la plasticità neuronale e la forma che genera funzione.
Perfetta se vuoi legarla alla costruzione dell’identità e alla postura mentale.
🔹 4. “Feel it until you live it.”
👉🏼 Variante più emozionale. Passa dal sentire al vivere, cioè dall’esperienza interiore all’azione incarnata.
🔹 5. Versione italiana possibile:
“Usa il corpo finché la mente ti segue.”
oppure, più evocativa:
“Muovi il corpo, e la mente ti raggiunge.”
A te quale piace di più?
E che ne pensi?
Ciao Rita! Questi articoli sono sempre molto preziosi per me e spunto di riflessione profonda.
Credo non sia il focus di questo scritto, ma dal mio punto di vista trovo anche di valore l'avere consapevolezza profonda di come ci si sente prima di scegliere come comportarsi. Allenando la "conoscenza" di noi stessi, dei nostri meccanismi, delle nostre reazioni/non reazioni in certe situazioni proprio in termini di vulnerabilità, ci permette nel tempo di identificare questi segnali e di scegliere ancora più consapevolmente e anche rapidamente, quando il contesto lo richiede e di conseguenza agire.
Dal mio punto di vista, la vulnerabilità è proprio un ingrediente di cui non dimenticarci nella diversità dei giorni e nel rientro nello spazio di stabilità che desideriamo e in tutti gli strumenti che hai offerto.
Come sempre, grazie!